La Turchia tiene i prigionieri politici in carcere

La Turchia sta combattendo la sua battaglia contro il Covid 19. Malgrado le rassicurazioni fornite da fonti governative circa l’immunità sanitaria dei turchi, e i proclami nazionalisti sulle responsabilità dell’Italia e dell’Iran sulla diffusione del morbo, la situazione sembra precipitare anche nel paese di Erdogan.

In un’ottica di contenimento, vista la situazione di grave emergenza sanitaria, sono stati infatti individuati numerosi focolai in tutte le regioni turche, il governo sta correndo ai ripari. A poco è servito il coprifuoco di 48 ore, che ha scatenato una corsa all’acquisto dei generi di prima necessità, causando assembramenti e scontri con la polizia. A causa dei disordini il ministro degli interni si è dimesso, ma la crisi è rientrata subito con il rifiuto del presidente di accettarle.

In questo contesto, il parlamento turco ha varato la legge che permetterà a circa novantamila carcerati di lasciare temporaneamente le affollate patrie galere per tornare nelle proprie abitazioni, questo per evitare il propagarsi del contagio da Covid 19 che ha già causato alcuni decessi tra i carcerati. Questa una della misure adottate dal governo del presidente Erdogan, per cercare di contenere il morbo, che ha già causato decine di morti e che non sembra abbia intenzione di arrestarsi. La legge fortemente sostenuta dal partito al potere l’Akp e dall’alleato ultra nazionalista Mhp, ha avuto il sostegno di 279 parlamentari, mentre 51 hanno deciso di non sostenerlo per questioni che andremo ora ad analizzare.

L’opposizione si sta battendo in queste ore perché il provvedimento sia dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale. La legge secondo il loro punto di vista è contraria ai diritti fondamentali dell’uomo, è incostituzionale perché viola il diritto dei prigionieri politici di essere messi al sicuro rispetto al rischio di una pandemia. La scarcerazione dei dissidenti sarebbe vista molto positivamente sia dall’opposizione che da una parte dell’opinione pubblica, sono infatti migliaia le persone che sono state arrestate dopo il tentato golpe dell’estate 2016, di cui so sono perse le tracce. Se dovessero rimanere in carcere sarebbe un duro colpo per le istituzioni democratiche turche, sarebbe un’ulteriore conferma della deriva autoritaria che il governo turco ha intrapreso da tempo.

Vista la situazione i prigionieri politici come Selahattin Demirtaş leader del partito filo curdo HDP, che si trova in carcere con l’accusa di terrorismo da circa tre anni e non è mai stato giudicato da un tribunale. La sua incarcerazione “preventiva” ha destato scalpore in Europa e il tribunale dei diritti dell’uomo ha condannato la Turchia per mancanza del rispetto dei diritti umani, malgrado ciò Demirtas rimane in carcere;  il filantropo Osman Kavala, che ricordiamo recentemente è stato riconosciuto innocente rispetto ai capi di accusa che lo vedevano tra gli organizzatori delle dimostrazioni popolari di Gazi park, che dopo poche ore dalla sentenza è stato comunque trattenuto in carcere con l’accusa di terrorismo, per aver partecipato al tentato colpo di stato del 2016;  i giornalisti Barış Pehlivan e Barış Tekoğlu e come loro altre decine di migliaia di dissidenti, non lasceranno le carceri, perché non beneficeranno della nuova norma. La motivazione indicata dal governo è solo una: per lo stato sono terroristi, sovvertitori e non hanno diritto a nessun beneficio.

La dura posizione del governo non sembra lasci spazio per la discussione, come del resto è quasi d’abitudine in Turchia da almeno cinque anni a questa parte.

Emanuela Locci

Fonte: https://www.groi.eu/ZWihq